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Recensione "L'anello dei Faitoren" di Emily Croy Barker

Cari lettori, oggi vi parlo di un romanzo che ho avuto il piacere di leggere ultimamente e che si è rivelato interessante e piacevole. Si tratta del fantasy L'anello dei Faitoren dell'autrice esordiente Emily Croy Braker, un libro che mescola avventura, magia e intrighi di corte!

Titolo: L'anello dei Faitoren
Autore: Emily Croy Barker
Editore: Giunti
Collana: Fantasy
ISBN: 9788809771147
Prezzo: € 16.00 (cartaceo) - € 9.99 (ebook)
Pagine: 624 p.
Genere: Romanzo
Sottogenere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

Trama
A Nora le cose stanno andando decisamente per il verso storto: la sua tesi di laurea è nelle sabbie mobili e il suo fidanzato ha appena preso un aereo per comunicarle che la loro storia è finita. Dopo averlo rivisto a un matrimonio in compagnia della sua nuova fiamma, sconsolata Nora si allontana vagando per i boschi quando improvvisamente si imbatte in una lapide con un'iscrizione misteriosa. Poche frasi e Nora si ritrova a sua insaputa nel regno di Faitoren, dove tutto è bellissimo, più brillante, più colorato, più caldo... ma Illissa, la mondana regina che ha preso la ragazza sotto la sua ala, nasconde ben altre intenzioni. E quando Nora se ne accorge, non può far altro che rivolgersi al mago Aruendiel, il saggio detentore delle arti magiche e acerrimo nemico di Illissa... Riuscirà Nora a sciogliere l'incantesimo più potente, quello dell'anello che il figlio di Illissa le ha messo al dito? E a tornare nel mondo reale?

Un indimenticabile Natale d'amore (Christmas Express #27)

RECENSIONE "UN INDIMENTICABILE NATALE D'AMORE" DI MILLY JOHNSON

Salve amici ^-^ oggi torna il consueto appuntamento con il Christmas Express. Ho da pochi giorni finito di leggere Un indimenticabile Natale d'amore di Milly Johnson e adesso sono riuscita a raccogliere i pensieri e a scrivere la recensione. È un romanzo dalle sfumature rosa carino e invernale, anche se con dei difettucci, e mi ha tenuto piacevolmente compagnia per qualche sera. A più tardi con la canzoncina!
Buon ventisettesimo appuntamento con il Christmas Express!

Titolo: Un indimenticabile Natale d'amore
Titolo originale: A Winter Flame
Autore: Milly Johnson
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
ISBN: 9788854157781
Prezzo: € 9.90 (cartaceo) - € 4.99 (ebook)
Pagine: 317 p.
Genere: Romanzo
Sottogenere: Rosa
Anno di pubblicazione: 2013

Trama
Natale è il periodo dell'anno in cui bisogna essere felici... ma Eve non ha mai amato le feste. Tutti i suoi sogni, i suoi desideri e le sue illusioni sono sempre stati disattesi. Eppure, quest'anno il destino sembra avere in serbo per lei qualcosa di davvero speciale. Sotto l'albero, Eve trova, infatti, l'unica cosa che non si sarebbe mai aspettata di ricevere: una vecchia zia le ha lasciato in eredità un parco di divertimenti dedicato al Natale. Ma le disposizioni testamentarie sono molto chiare: Eve dovrà dirigerlo con l'aiuto di un affascinante e misterioso socio d'affari, un uomo che risponde al nome di Jacques Glace. Ma chi è questo Jacques e com'è che la zia Evelyn l'ha incluso nelle sue ultime volontà? E perché Eve è costretta a dividere con lui la bizzarra eredità? Nonostante i tanti dubbi, la ragazza non rinuncia a questa nuova sfida: Winterworld sarà un grande successo. Riuscirà Jacques a farle amare di nuovo il Natale e a sciogliere il ghiaccio che tiene prigioniero il suo cuore?


Il mio voto

La mia recensione

Ho letto questo libro ispirata dalla graziosa copertina, dall’allegro titolo e, lo ammetto, dal fatto che è ambientato nel periodo di Natale. Avevo voglia di una bella lettura a tema natalizio che fosse leggera e condita da un pizzico di romanticismo e la mia scelta è ricaduta su questo romanzo: “Un indimenticabile Natale d’amore” di Milly Johnson. Mi è piaciuto abbastanza, più di quanto mi aspettassi, ma al contempo non mi ha convinta del tutto. Ho apprezzato l’ambientazione e l’idea di base di un parco a tema natalizio, che per una come me che ama il Natale alla follia è decisamente invitante, non mi è dispiaciuta la protagonista della storia e sono riuscita a comprendere il suo modo di essere (cosa molto buona perché spesso le protagoniste ed io non andiamo tanto d’accordo) e ho amato la parte legata ai suoi ricordi riguardanti il suo fidanzato, e in più ho gradito lo stile dell’autrice che è fresco e immediato e mi ha permesso di leggere il libro in poco tempo, anzi mi ha proprio tenuto incollata alla sua storia senza difficoltà. Tuttavia, ci sono molti aspetti che non mi hanno convinto e che, secondo me, hanno lievemente penalizzato il romanzo, che comunque in generale rimane una piacevole lettura, spensierata ma neanche troppo. 
Eve è una donna indipendente e testarda, una gran lavoratrice che con l’impegno e le sue sole forze ha messo su un’attività per l’organizzazione di eventi; nel suo lavoro è brava, la migliore, e la sua carriera va a gonfie vele. Ciò che, invece, lascia a desiderare della sua esistenza, è la sua vita privata. Da qualche anno, ormai, Eve si è rinchiusa in sé stessa, allontanando coloro che le vogliono bene e mettendo un muro invisibile e invalicabile tra lei e il resto del mondo. Quando, però, la vecchia e un po’ pazza zia Evelyn muore e le lascia in eredità la gestione di un parco a tema di cui nessuno era a conoscenza, le cose cambiano perché Eve è costretta a varcare quel muro. Tutto potrebbe andare bene e lei potrebbe guadagnare un sacco di soldi portando avanti il progetto, ma ci sono due cose che rendono questo regalo inaspettato un vero incubo: prima di tutto, Winterworld (questo il nome del parco) è totalmente ispirato alla stagione natalizia e Eve odia il Natale per tanti motivi, secondo ma non meno importante, l’eredità deve dividerla con uno sconosciuto che la zia ha designato suo coerede, Jacques Glace. Riuscirà Eve a superare le difficoltà che l’attendono, a sopportare il rumoroso collega, e ad aprire nuovamente il suo cuore al mondo e al Natale? 
La trama di questo libro è veramente carina, alcuni particolari scaldano davvero il cuore, e mi ha fatto passare ore piacevoli in compagnia di una realtà natalizia che mi sarebbe piaciuto tantissimo vedere davvero con i miei occhi. Winterworld è un’ambientazione favolosa ed è immersa totalmente nella pura magia del Natale più autentico. Elfi, slitte, renne, pony della neve, gelato dai gusti più strambi con nomi inerenti alla stagione, neve e ghiaccio, trenini, pupazzi di neve, palle natalizie, Babbo Natale e così via. Un’atmosfera meravigliosa che mi sono gustata appieno e che ha reso il libro molto particolare, diverso dalle solite commedie romantiche. L’idea di questo parco è deliziosa e per tutto il tempo sono rimasta incantata dalla costruzione delle varie zone: la giostra dei cavalli, la grotta di Babbo Natale, il recinto delle renne, il capanno degli elfi…un vero inno a questa festa. 
Un altro punto a favore va al modo di scrivere dell’autrice che è leggero e informale, divertente e sarcastico, adatto ad una narrazione che focalizza l’attenzione sulla quotidianità, e che nei momenti più seri e tristi diventa anche molto commovente. Ciononostante, c’è stata una cosa che mi ha fatto proprio arrabbiare: il modo in cui vengono denominati cani, gatti, renne, cavalli, pony e tutti gli altri animali. Forse farà parte del percorso di crescita del personaggio di Eve, che all’inizio è un po’ uno Scrooge donna, perché in fondo questi appellativi poco carini escono solo dalla sua mente e più avanti questo modo irrispettoso di pensare agli animali scema, ma mi ha veramente infastidito. Termini come “bestiaccia” in senso più che dispregiativo non li tollero proprio. Spesso, inoltre, non mi sono piaciuti i dialoghi perché li ho trovati troppo banali e scontati, a volte forzati e superflui, e le battute che si scambiano i personaggi secondari risultano inconsistenti. Già che ci sono, quindi, posso sottolineare che anche i personaggi non mi hanno conquistata: a parte Eve, che è la protagonista e viene ben caratterizzata in ogni contesto della sua vita, che mi è piaciuta e a cui mi sono affezionata, gli altri, pur avendo delle caratteristiche di fondo a distinguerli, rimangono abbastanza trasparenti; alcuni hanno più spazio e definizione di altri, ma in ogni caso non riescono a bucare le pagine, tranne la nonna cattiva di Eve che mi è rimasta impressa. Anche Jacques, che visto il suo ruolo decisivo, dovrebbe essere un personaggio sfaccettato e portante, mi ha lasciata indifferente e anche se ho finito il libro non riesco ancora ad inquadrarlo
Rimanendo su questo terreno, c’è un altro aspetto del romanzo che mi è sembrato costretto: il romanticismo. La situazione di Eve è molto triste perché è sola ma per un motivo ben preciso: ha perso il suo fidanzato cinque anni prima ed essendo ancora innamorata di lui e desiderando solo la sua presenza, non se la sente di uscire allo scoperto e ricominciare a vivere pienamente. Nell’arco dei capitoli del libro, però, Eve inizia a farsi forza e a ritrovare un po’ di quella voglia di vivere che aveva perduto con la scomparsa di Jonathan: è un processo lento, costellato di ripensamenti e lacrime, un risveglio da un letargo doloroso e che non finirà mai del tutto, e ci vuole l’intero libro perché questo avvenga. È un tema importante e complesso, che occupa da solo gran parte della parte emotiva del racconto, quindi non vedo il motivo di dover inserire per forza una storia d’amore. Non ce n’era alcun bisogno, il libro sarebbe stato più che completo senza di essa e avrei apprezzato maggiormente che il rapporto con Jacques si fermasse alla semplice amicizia, anche perché il sentimento tra i due è sviluppato male e tutto nelle ultime pagine. Magari si poteva inserire un accenno ad un futuro amoroso, quando il legame si sarebbe evoluto, un preludio a una storia d’amore, poteva venir fuori anche un sequel, ma imbucare qualche attimo romance in questo volume ha solo guastato la linea narrativa del libro. 
Inoltre, ho trovato assurdo presentare una sfilza di personaggi i cui compagni erano soldati morti sul campo, proprio come è successo al fidanzato di Eve e alla fidanzata di Jacques…insomma, tutti loro li conoscono? 
Sono rimasta molto colpita in senso positivo, invece, dalla capacità di Milly Johnson di mostrare con tatto e sensibilità il dolore inespresso di Eve. Mi ha fatto commuovere più di qualche volta e ho trovato veramente bellissima la storia della candela, simbolo dell’amore, la cui fiamma non si spegna mai (da qui, presumo, il titolo metaforico originale “A Winter Flame”). Belli e infinitamente tristi i momenti in cui Eve ripensa a Jonathan, in cui esterna la sua mancanza e la sofferenza e la solitudine che prova da quando è scomparso
Un indimenticabile Natale d’amore” è una gradevole commedia rosa, incantevole per via dell’ambientazione, leggera per via della prosa spiritosa, e anche toccante in alcune parti per via dei temi dolorosi che vengono affrontati. Consigliato a chi vuole una lettura natalizia a metà tra il sorriso e le lacrime! 

                                                                                                                                                  Monia Iori

La leggenda del cacciatore di vampiri (Halloween's Party #9)

RECENSIONE "LA LEGGENDA DEL CACCIATORE DI VAMPIRI" DI TIMUR BEKMAMBETOV

Buonasera amici ^-^! Rieccomi qui con una recensione di un film che ho visto questa estate (il perché io abbia guardato tutti questi film misteriosi e oscuri ad Agosto devo ancora spiegarmelo :D) e che trovo adatto per Halloween se volete una pellicola che abbia una buona dose d'azione, uno sfondo storico, vampiri, sangue e romanticismo. Qui c'è un po' di tutto, quindi andate sul sicuro! 
Vi ricordo, inoltre, che sul blog è in corso il giftaway "Trick or Treat?" e che avete tempo per partecipare fino al 31 Ottobre (incluso).
Ed ecco a voi il nono appuntamento dell'Halloween's Party!

Titolo: La leggenda del cacciatore di vampiri
Titolo originale: Abraham Lincoln: Vampire Hunter
Regia: Timur Bekmambetov
Paese: USA
Produzione: Abraham Productions, Tim Burton Productions, Bazelevs Production
Anno: 2012
Durata: 105 min
Genere: Fantasy, Horror, Azione

Trama
La madre di Abraham Lincoln fu in realtà uccisa dai vampiri. Covando la sua vendetta, Abraham prima divenne cacciatore di non-morti su suggerimento del vampiro ribelle Henry, poi decise di opporsi con la legge alla minaccia sovrannaturale. Abbracciata la carriera politica e convolato a nozze con Mary Todd, si oppose come Presidente degli Stati Uniti al sud schiavista, controllato da vampiri sotto le spoglie di proprietari terrieri.



Il mio voto

La mia recensione

Ho impiegato un po’ di giorni per decidermi a vedere “La leggenda del cacciatore di vampiri”, film del 2012 diretto da Timur Bekmambetov e trasposizione del romanzo omonimo di Seth Grahame-Smith, perché mi attirava e non mi attirava. La storia sembrava interessante e la pellicola dal trailer sembrava ben fatta, ma non sapevo se sarebbe stata affine ai miei gusti. Alla fine, però, la curiosità ha prevalso, e così mi sono immersa nel mondo storico-horror raccontato da questa pellicola e non me ne sono pentita. Certo, bisogna tener conto che è un film d’intrattenimento e molto fantasioso, però mi sono appassionata alla storia quasi subito e mi è piaciuto abbastanza. 
Abraham è solo un bambino quando assiste alla morte della madre per mano di un vampiro crudele e assetato di sangue e, mentre cresce, continua a covare in silenzio un forte sentimento di vendetta. Pur non conoscendo la vera natura dell’uomo, vuole uccidere l’assassino di sua madre a tutti i costi. Così, ancora adolescente, decide di mettere in atto il suo piano, ma, quando durante lo scontro si accorge chi è in realtà l’assassino e sta per avere la peggio, accorre in suo aiuto un giovane uomo, che lo salva e lo porta a casa con sé. Il ragazzo è Henry Sturgess, un affascinante cacciatore di vampiri che decide di prendere Abraham sotto la sua ala protettiva e di addestrarlo adeguatamente in modo da aiutarlo a fare giustizia. Ma l’apprendistato è lungo e faticoso e, prima di poter saziare la sua sete di vendetta, Abraham si troverà a uccidere tanti altri vampiri procuratigli da Henry come allenamento. L’incontro con Joshua Speed, il suo datore di lavoro con cui diventa ottimo amico, e Mary Todd, di cui si innamora perdutamente, darà una svolta decisiva alla sua vita, permettendogli di entrare in un ambiente in cui può combattere anche senza armi: la politica. Deciso a cambiare drasticamente la situazione in cui verte il paese, Abraham sceglie di incamminarsi verso una strada ricca di pericoli e difficile, diventando uno dei più grandi presidenti della storia americana nonché il più agguerrito cacciatore di vampiri
La leggenda del cacciatore di vampiri” narra la storia di Abraham Lincoln in salsa fantasy. Sì, esatto, proprio così. La sceneggiatura, di cui si è occupato lo stesso autore del romanzo da cui è tratto, mescola fatti veritieri della vita del famoso presidente americano con altri di pura immaginazione. Se si ha voglia di gustarsi il film, quindi, bisogna tralasciare le conoscenze puramente storiche riguardanti Lincoln e non stare continuamente a puntare il dito contro dettagli che possono sembrare assurdi messi in contatto con una figura tanto importante, altrimenti si rischia di storcere il naso ogni tre secondi. È un film di fantasia, punto. Ha l’unico obiettivo di intrattenere e ricamare su un personaggio di cui ci sembra di conoscere tanto ma di cui, alla fine, sappiamo ben poco. Se si assume un atteggiamento disponibile, quindi, il film può far passare un’ora e mezza piacevole
La figura di Lincoln è sviluppata bene, si segue la sua crescita da bambino impaurito ad adolescente vendicativo, e da cacciatore pragmatico a presidente impegnato e pieno di preoccupazioni. Insomma, l’approfondimento caratteriale c’è e ricopre ogni aspetto della sua vita, anche perché è inserita una spruzzata di romanticismo che permette di vedere anche un Lincoln innamorato e poi padre di famiglia. 
Prima di tutto, di questa pellicola, mi sono piaciuti gli attori. Benjamin Walker, che interpreta Lincoln, riesce a rendere il suo personaggio umano e molto simpatico, gioviale ma anche letale quando si tratta di svolgere l’attività di cacciatore; è bel ruolo, ironico e allo stesso tempo serio, e l’ho apprezzato tanto. Anche Jimmi Simpson (che interpreta il buono e generoso Joshua), Mary Elizabeth Winstead (la dolce e intelligente Mary), Anthony Mackie (l’amico di infanzia di Abraham, William Johnson) e Dominic Cooper nei panni del vampiro Henry, mi sono piaciuti veramente tanto e credo che siano state proprio le loro interpretazioni a rendere il film così piacevole perché mentre lo guardavo avevo come la sensazione di essere insieme ad amici lontani, e quando un cast mi fa questo effetto la visione del film ne giova tantissimo. 
Molto bella e curata la fotografia di Caleb Deschanel, anche se spesso quasi patinata, come se fosse una graphic novel. Le scenografie di François Audouy e Beat Frutiger sono autentiche e precise, la colonna sonora di Henry Jackman è adeguata al tipo di pellicola e accompagna l’azione con armonia, molto belli anche i costumi di Varvara Aydyushko e Carlo Poggioli, che conferiscono al film quell’aria passata che mi piace sempre ritrovare in una storia di questo tipo
Il film conserva quell’atmosfera tipicamente americana e ottocentesca che stuzzica ancor di più l’immaginazione dello spettatore, e in molti elementi e scene si vede che c’è lo zampino di Tim Burton, qui in veste di produttore, perché la pellicola mantiene quello stile southern-gothic che si rifà al suo, anche se solo debolmente. Inoltre, non mancano momenti spiritosi e ironici che allentano la tensione e alleggeriscono la sceneggiatura, così durante la visione è possibile anche farsi qualche risata. 
È necessario sapere che questo è un film d’azione, oltre che fantasy-horror, e c’è un utilizzo generoso degli effetti speciali, ma a me non hanno disturbato più di tanto; forse qualcosa poteva essere resa in modo più realistico e meno computerizzato, ma non è che ci si fa caso. Certo, nelle scene di combattimento, è stato scelto di usare una tecnica che permette di vedere le mosse dei combattenti praticamente al rallentatore, modificando il ritmo di visione e la fluidità della narrazione. Ecco, forse questa è la cosa che non mi è tanto piaciuta. Sì, è vero, questa tecnica evidenzia l’azione che si trova nel film, però da una parte rallenta troppo le scene e fa perdere un po’ di attenzione allo spettatore
Tirando le somme, “La leggenda del cacciatore di vampiri” è un buon film caratterizzato da un mix di azione, storia ed elementi fantasy-horror, e se amate i vampiri e le ambientazioni southern-gothic di certo non vi dispiacerà guardare anche questa pellicola e simpatizzare con un presidente cacciatore di vampiri. 

                                                                                                                                                  Monia Iori

Dark Shadows (Halloween's Party #2)

RECENSIONE "DARK SHADOWS" DI TIM BURTON

Buonasera amanti di Halloween! Anche oggi il poco tempo non mi ha permesso di pubblicare prima il post, ma alla fine penso sia meglio così, anzi credo che proseguirò a postare di sera perché c'è più atmosfera halloweenesca. Visto che questo è un Halloween's Party, devo fare le cose per bene ;-)
Oggi vi parlo di un film di Tim Burton, uno dei miei registi preferiti, e che vi ho consigliato anche ieri nella lista dei film da vedere in questo periodo (qui il post).
Vi ricordo, inoltre, che sul blog è in corso il giftaway "Trick or Treat?" e che avete tempo per partecipare fino al 31 Ottobre (incluso).
E ora vi lascio al secondo appuntamento con l'Halloween's Party!

Titolo: Dark Shadows
Titolo originale: Dark Shadows
Regia: Tim Burton
Paese: USA
Produzione: Dan Curtis Productions, GK Films, Infinitum Nihil, Tim Burton Productions, Warner Bros. Pictures
Anno: 2012
Durata: 113 min
Genere: Commedia, Fantastico, Horror

Trama
Nell'anno 1752, Joshua e Naomi Collins, insieme al loro giovane figlio Barnabas, salpano da Liverpool, Inghilterra, per cominciare una nuova vita in America. Ma anche un oceano non basta per sfuggire alla misteriosa maledizione che affligge la famiglia. Due decenni passano e Barnabas ha il mondo ai suoi piedi, o almeno la città di Collinsport, Maine. Barnabas, signore di Collinwood Manor, è ricco, potente e un esperto playboy, finché non commette il terribile errore di spezzare il cuore di Angelique Brouchard (Eva Green). Una strega in tutti i sensi, Angelique lo condanna a un destino peggiore della morte, trasformandolo in vampiro e seppellendolo vivo. Due secoli più tardi, Barnabas viene liberato involontariamente dalla sua tomba ed emerge nel diversissimo mondo del 1972. Tornato a Collinwood Manor, scopre che la sua un tempo grande proprietà è caduta in rovina. Ciò che rimane della famiglia Collins se la passa poco meglio, e ciascuno nasconde oscuri segreti.

Il mio voto

La mia recensione

Inutile girarci intorno. Vado subito al punto. Io adoro, amo, venero Tim Burton. Ogni suo film, ogni sua storia, ogni suo personaggio. Quando vedo una sua pellicola, ho gli occhi che mi brillano come due lanterne degli elfi. Però, so anche essere obiettiva e distinguere i suoi lavori. Ci sono i capolavori, come “Il mistero di Sleepy Hollow” o “Edward mani di forbici” (giusto per citarne qualcuno), e ci sono opere belle ma che non sono sviluppate proprio del tutto nel suo vecchio stile (come "Alice in Wonderland", ad esempio). Ecco, “Dark Shadows” rientra in questa seconda categoria. Bello sì, divertente anche, burtoniano certamente, ma non con al suo interno quella poesia macabra e dolce che le migliori opere del regista possiedono.
Barnabas Collins è un vampiro. È stato trasformato in questa orrenda creatura sanguinaria quando era giovane e viveva a Collinwood Manor, la lussuosa ed elegante residenza di famiglia, e aveva tutto ciò che poteva desiderare. Soldi, fascino, intelligenza, donne. Ed è proprio la sua passione per il gentil sesso a rovinargli la vita. Invaghito di una domestica, intreccia con la ragazza, Angelique, una torbida relazione di passione, ma poi, quello che per lui è solo un gioco momentaneo, si trasforma nel suo peggiore incubo. Angelique, infatti, non è della stessa opinione; lei è innamorata di Barnabas e non vuole assolutamente essere scaricata. E quando il rampollo dei Collins si innamora di Josette, una fanciulla angelica che lo ricambia con devozione, Angelique va su tutte le furie e la sua vendetta è molto amara. La domestica, infatti, è una strega che pratica la magia nera e non esita ad usarla contro il povero Barnabas. Prima causa la morte dei suoi genitori, poi spinge la dolce Josette al suicidio, infine trasforma il ragazzo in un vampiro e gli rivolta la città contro, istigando gli abitanti a seppellirlo in una bara ancora vivo.
Dopo centonovantasei anni, a causa di un errore, Barnabas viene disseppellito e torna a Collinwood Manor. Ciò che trova, però, è molto diverso da quello che aveva lasciato. I suoi discendenti risiedono lì e sono tutti molto strani e per niente amichevoli. Una matriarca austera, un dongiovanni, una ragazza che lui giudica di facili costumi, un bambino che afferma di vedere la madre morta, una psicologa stramba che dovrebbe curare la mente del piccolo, più due domestici che fanno di tutto tranne mantenere in ordine la residenza. Ma non solo. Da pochi giorni è arrivata anche una giovane donna, Victoria, che ha l’incarico di occuparsi dell’educazione del bambino, ed è proprio lei ad attirare più di tutti l’attenzione di Barnabas. Victoria, infatti, è la copia esatta di Josette, ma perché? Il vampiro scopre, inoltre, che Angelique è la padrona indiscussa della città e che tutti gli abitanti la venerano come fosse una dea, ma tra loro le cose non sono ancora finite.
Ho visto il film questa estate e sono rimasta soddisfatta dalla visione, ma anche un po’ delusa. Partiamo dal fatto che questo è l’adattamento cinematografico di una serie tv anni ’70 e, quindi, è naturale che gli elementi siano stati accorpati insieme in uno spazio un po’ ristretto. Ci sono tanti fattori in questo film, ma alcuni secondo me stonano lievemente. 
L’inizio è bellissimo, veramente, si respira proprio l’atmosfera classica di Tim Burton mentre lo si guarda. Certo, è ambientato nella seconda metà del 1700 ed è ovvio che abbia un fascino misterioso molto più particolare rispetto alla parte ambientata nell’età odierna, ma al di là di questo, il prologo conquista perché è strutturato in quel modo macabro fiabesco che piace tanto a me. Scenografia, costumi, colonna sonora, fotografia…tutto in questi primi dieci minuti è perfetto. Poi, si passa oltre e la storia decolla in un’ambientazione anni ’70 che è completamente diversa e forse anche un po’ troppo trash. Non so bene come spiegarlo, ma penso che questo sia proprio uno di quegli elementi che stonano. È vero, non mi piace tanto l’atmosfera anni ’70, ma non è questo il motivo del mio disappunto. Più che altro, la causa è da riscontrarsi nel fatto che lo stile Burton non riesce ad amalgamarsi bene a quell’ambientazione e di conseguenza il film non ha un tono ben definito e non si riesce bene ad inquadrarlo. In più, i personaggi hanno tutti un carattere ben preciso ma a volte anche troppo, e andando avanti stufano un po’. Anche le relazioni che hanno gli uni con gli altri sono da subito ben visibili, ma poi rimangono tali, cioè non si sviluppano come dovrebbero e restano statiche e superficiali.
Un’altra cosa che mi ha fatto storcere il naso è il finale. Troppo veloce, troppo scontato, troppo stereotipato. Può essere anche bello, sì, ma l’ho sentito forzato perché alla fine la parte romantica e la figura di Josette/Victoria non viene approfondita come si dovrebbe e quando si arriva agli ultimi dieci minuti la delusione si fa sentire. Viene dato tanto spazio al rapporto conflittuale tra Barnabas e Angelique, ed è giustissimo perché in fondo è il perno della storia, però, dal momento che si inserisce un risvolto romantico del tipo amore eterno e tragico, bisogna anche approfondire questo aspetto, altrimenti risulta come un cliché buttato lì tanto per rendere più profonda la storia e che, invece, fa tutto il contrario.
Non mi sono piaciuti nemmeno l’estremismo di alcuni lati caratteriali dei personaggi e l’esagerazione di alcune situazioni. Troppo “troppo”, ecco. Va bene voler dare un taglio particolare e grottesco al film, ma la fluidità della pellicola non deve risentirne. Ho avuto come l’impressione che il regista non sia riuscito ad amalgamare bene la parte misteriosa, la parte contemporanea e il suo personale stile, che veniva fuori solo nelle scene più drammatiche e paranormali.
Ora che ho tolto il dente dolente e vi ho esposto i punti che stridono con il mio gusto personale, vi spiego perché mi piace questo film. Johnny Depp che interpreta il vampiro Barnabas è fenomenale, un’altra interpretazione camaleontica che esalta il suo talento e aumenta la mia ammirazione nei suoi confronti. Non so come ha fatto, ma è riuscito ad essere nello stesso tempo affascinante e “morto”, divertente e inquietante, romantico e malvagio. Mi è piaciuto tantissimo ed è lui che manipola la visione del film con il suo fascino e la sua bravura indiscussa.
L’ambientazione misteriosa è fantastica, adoro questo tipo di location e anche in questo caso ne sono stata conquistata. Collinswood Manor, l’antica residenza di Barnabas, è meravigliosa sia negli anni del suo splendore sia quando è ormai in decadenza. Sembra una di quelle spaventose e ammalianti case stregate che non si vede l’ora di esplorare e, allo stesso tempo, si ha paura a farlo. Per me è assolutamente irresistibile. Mi è piaciuta tanto anche la colonna sonora di Danny Elfman, compositore eccelso di tutti i film di Burton, che come al solito guarnisce la pellicola con musiche evocative e suggestive che diventano in molte sequenze protagoniste della scena. 
La trama ha il suo fascino e l’ho apprezzata, soprattutto perché originale e sarcastica, quasi una parodia delle creature fantasy e paranormali, e anche perché condita da quel mix di irriverenza, passione, sentimentalismo, dramma e divertimento che coinvolge moltissimo e ti fa stare lì, con gli occhi incollati allo schermo. Una commedia degli orrori che fa davvero ridere di gusto in più punti. E poi, ovviamente, è d’obbligo citare l’ottimo cast: la bravissima e bellissima Eva Green, che interpreta una Angelique superba; Michelle Pfeiffer, alias Elizabeth Collins, impeccabile nel suo ruolo di capo della famiglia; Helena Bonham Carter, che interpreta la stramba psicologa è come al solito impareggiabile; e davvero brava anche Chloë Moretz, che ha reso il suo personaggio molto molto irriverente e insopportabile. Insomma, attori tutti all’altezza del progetto e che si sono calati nei loro ruoli con serietà e umorismo. 
Per quanto riguarda la regia di Burton, nulla da dire, a parte i difettucci che ho già riportato. Ha confezionato un film scoppiettante e visivamente molto bello, ha dato vita ad una storia colorata e intrigante…insomma, mi è piaciuta. Non ho trovato il suo stampo in tutte le scene, questo lo devo sottolineare. Nelle parti misteriose è palese il suo zampino, ma in quelle più normali la sua presenza si dissolve. Quando c’erano le parti dedicate a Josette/Victoria ed entravano in ballo i fantasmi, ad esempio, mi sono ritrovata a pensare: “ecco la magia che inserisce nei suoi film, bellissima”. Però, la pellicola non è fatta solo di quelle scene e in molti punti perde la sua impronta, penalizzando l’atmosfera che viene raccontata. 
Ho capito una cosa dopo la visione di questo film, o comunque io la penso in questo modo. Tim Burton è impareggiabile nel portare sul grande schermo soggetti di sua inventiva, progetti che lui crea di sana pianta -e con questo non intendo che deve anche scriverli o idearli ma che deve sentirli suoi in qualche modo-, ma non riesce a fare lo stesso con gli adattamenti perché tenta di mescolare il suo stile a soggetti che non gli appartengono senza riuscire ad amalgamare il tutto e, così, i film risultano privi di un carattere definito. Tim Burton è sempre Tim Burton, ma qui (come in “Alice in Wonderland”) non è riuscito ad esprimere in pieno il suo innato talento.
Dark Shadows” è un film divertente, movimentato e dal sapore paranormale, e se amate le storie insolite, stravaganti e tragicomiche ve lo consiglio. Se siete fan di questo grande regista, invece, dovete assolutamente vederlo, perché avrà pure i suoi difetti, ma è una pellicola che apre, ancora una volta, le porte nel magico mondo della sua fantasia.

                                                                                                                                                  Monia Iori

L'ombra della luna

RECENSIONE "L'OMBRA DELLA LUNA" DI LAURA RANDAZZO

Ciao a tutti e buon mercoledì! Dal momento che oggi sarà una giornata piena di impegni e non rientrerò a casa molto presto e visto che non potrò stare su internet, ho programmato per voi questa recensione (sperando che blogger faccia il suo dovere in mia assenza) che ho scritto qualche giorno fa e che ancora non avevo avuto modo di pubblicare. Il libro di cui vi parlo l'ho finito da un bel pezzo...si tratta de "L'ombra della luna" di Laura Randazzo ed è un urban fantasy che esplora la figura del licantropo. Buona lettura! ^-^

Titolo: L'ombra della luna
Autore: Laura Randazzo
Editore: Emma Books
Collana: Emma Books Shadow
ISBN: 9788897669166
Prezzo: € 4,99 (ebook)
Genere: Romanzo
Sottogenere: Urban Fantasy
Anno di pubblicazione: 2012

Trama
Nord Inghilterra. Oldgrove. Alex Ryan non ha avuto una vita facile. Abbandonata in una stazione di servizio alla nascita, è cresciuta in un istituto, rifiutata come merce avariata dalle famiglie adottive a causa del carattere freddo e schivo. Adesso vive lavorando come buttafuori in un locale e affrontando combattimenti clandestini all’arma bianca. Quando nella sua esistenza piomba Michael Barclay le cose si complicano. Perché Michael è un licantropo, figlio minore della capobranco di Oldgrove… In una notte senza stelle, Alex salva la vita dell’uomo-lupo e i loro destini si intrecceranno per sempre.
L’ombra della luna è il primo capitolo della saga “La stirpe delle Lowlands”.


Il mio voto

La mia recensione

L’ombra della luna”, romanzo urban fantasy scritto da Laura Randazzo, è il primo volume della saga La stirpe delle Lowlands dedicata all’affascinante figura del licantropo. Ho finito di leggere questo libro qualche tempo fa e posso dire con certezza che è stata una lettura piacevole. 
La storia gira intorno ad una giovane ragazza cresciuta sola e dalla personalità diffidente, Alex, che lavora come buttafuori in un locale della città in cui si è momentaneamente stabilita e che si diletta nei combattimenti clandestini. Alex, infatti, è una donna forte e indipendente che ha sempre dovuto lottare per ottenere ciò che voleva e che ha dovuto superare qualsiasi difficoltà da sola, senza mai potersi affidare all’aiuto di qualcuno. Una notte, rientrando a casa, scorge un uomo ferito e completamente nudo sul marciapiede e decide di occuparsi di lui e portarlo nel suo appartamento. Lo cura, lo accudisce e cerca di capire cosa gli è successo. Al risveglio, Michael (questo è il suo nome) la rassicura sulla sua posizione e le garantisce di non essere un delinquente e che ciò che gli è successo non ha niente a che fare con la legge. Mentre l’uomo, ospite della giovane, si rimette in forze, i giorni trascorrono serenamente ed entrambi si abituano alla reciproca compagnia. Ma la realtà torna a bussare alla loro porta e i misteri che avvolgono Michael e la sua natura di licantropo saranno svelati, non senza conseguenze… 
L’ombra della luna” è un romanzo ben scritto e che presenta una storia interessante. L’autrice è sicuramente molto brava ad analizzare gli eventi e, in questo senso, definirei analitico il suo tipo di narrazione; infatti, gli eventi e le azioni dei protagonisti sono descritti minuziosamente, fin nei minimi dettagli, e questo aiuta molto a capire le varie situazioni. D’altra parte, però, forse questo tipo di scrittura rende l’intreccio un po’ troppo carico di dettagli, trasformandosi in alcune parti in una sorta di cronaca distaccata e fredda che fa perdere il contatto con il fulcro della storia. Ecco, forse questo è l’unico difetto rilevante che ho notato in questa gradevole opera urban fantasy. 
Mi è piaciuto lo stile pulito e corretto dell’autrice, una scrittura semplice e diretta che permette di entrare nel vivo della storia senza problemi, e le descrizioni molto curate degli ambienti. Ho apprezzato, inoltre, la costruzione dei personaggi, in particolare di Alex e Michael, e l’evoluzione che i due protagonisti subiscono con lo scorrere delle pagine. Alex è una ragazza forte, una dura che sa difendersi benissimo da sola e che non si tira mai indietro di fronte al pericolo e alla difficoltà; tuttavia, nasconde un lato di sé molto fragile che le impedisce di fidarsi e lasciarsi andare completamente e la spinge a rifugiarsi nella fuga, l’unico modo che conosce per affrontare il dolore. Michael, invece, è un tipo molto più aperto alle emozioni, non è spaventato dai sentimenti che prova e li vive a viso aperto, ma anche lui cela un passato pieno di sofferenza che torna spesso a tormentarlo. Il loro legame cresce pian piano e viene affrontato con calma, senza acceleramenti bruschi o innamoramento forzato, anzi, più volte il sentimento è tenuto a freno dalle paure e dall’incertezza e questo è un aspetto che ho gradito particolarmente perché ha reso la vicenda amorosa molto più naturale e pacata. 
Il romanzo è molto intrigante nella parte iniziale perché vengono sparpagliati nella trama molti quesiti che accendono la curiosità e danno la spinta giusta per proseguire la lettura e scoprire i misteri che si nascondono nella città di Oldgrove e nella famiglia di Michael. La parte centrale, invece, è più lenta e meno coinvolgente per via delle situazioni sospese che si creano tra i vari personaggi e che tengono la storia in una sorta di bolla di sapone pronta ad esplodere al momento opportuno. Infatti, nell’ultima parte il romanzo subisce una notevole scossa e gli eventi prendono a girare vorticosamente, ci sono vari e importanti colpi di scena, e la narrazione appare più concitata e coinvolgente, il ritmo accelera e trascina il lettore in una serie di vicende che si susseguono una dietro l’altra senza quasi lasciare respiro. Soprattutto un evento che riguarda Alex renderà la storia decisamente affascinante, e sono rimasta molto colpita dalla capacità di Laura Randazzo di esplorare a fondo il cambiamento della giovane e di analizzare i suoi stati d’animo con sensibilità e acutezza
Infine, la figura del licantropo è descritta in un modo realistico e per nulla fantasioso. I lupi qui non hanno chissà quali superpoteri o doti quasi aliene, anzi somigliano molto all’animale da cui hanno ereditato la loro natura selvaggia, solo che essa è molto più sviluppata rispetto a quella originale. Questo aspetto ha contribuito a rendere i licantropi del libro quasi umani e mi ha permesso di comprendere meglio il loro modo di agire e la loro indole animalesca
L’ombra della luna” è un bel libro urban fantasy e lo consiglio a chi ama le storie di licantropi e azione e vuole una storia d’amore matura ed equilibrata!

                                                                                                                                                  Monia Iori

Wintergirls

RECENSIONE "WINTERGIRLS" DI LAURIE HALSE ANDERSON

Buonasera cari amici del blog! Come è andata la vostra giornata? Spero nel migliore dei modi. Ma, se così non fosse, ci sono qui io pronta a vivacizzarvi con una bella recensione appena sfornata (è la prima del mese e arriva come al solito in ritardo!). In effetti, adesso che ci penso, non vi parlo di un romanzo allegro, quindi la vivacità scarseggerà, ma spero comunque che troverete interessante il libro di cui voglio parlarvi, ovvero "Wintergirls" di Laurie Halse Anderson.

Titolo: Wintergirls
Titolo originale: Wintergirls
Autore: Laurie Halse Anderson
Editore: Giunti
Collana: Y
ISBN: 9788809745506
Pagine: 352 p.
Prezzo: € 9.90
Genere: Romanzo
Sottogenere: Contemporary, Young Adult
Anno di pubblicazione: 2010

Trama
Lia e Cassie sono amiche dall'infanzia, ragazze congelate nei loro fragili corpi, in competizione in un'assurda gara mortale per stabilire chi tra loro sarà la più magra. Lia conta maniacalmente le calorie di tutto quello che mangia e di notte quando i suoi non la vedono si sfinisce di ginnastica per bruciare i grassi. Le poche volte che mangia, cerca di ingerire cose che la feriscono, come cibi ultrapiccanti, in modo da "punirsi" per aver mangiato. Si ingozza d'acqua per ingannare la bilancia nei giorni in cui la pesano. Quando eccede nel cibo ricorre ai lassativi e passa il tempo a leggere i blog di ragazze con disturbi alimentari che si sostengono a vicenda. Nel suo libro più toccante e poetico dopo Speak, finalista al National Book Award, L. H. Anderson esplora l'impressionante discesa di una ragazza nel vortice dell'anoressia.

Il mio voto

La mia recensione


Terrificante. Questa è una storia che distrugge. Quando ho iniziato a leggere questo libro pensavo di finirlo subito perché il formato era piccolo, lo stile scorrevole, la trama interessante. Tutti questi elementi, però, non mi hanno assolutamente aiutata ad affrontare i temi trattati dalla Anderson e, così, mi sono ritrovata a dover centellinare le pagine per evitare di rimanere sepolta dietro i tormenti di Lia, la protagonista di “Wintergirgls” di Laurie Halse Anderson
Lia è una ragazza come tante, ma la sua vita è segnata da un disturbo terribile, quello dell’anoressia. È ossessionata dal cibo e dal suo peso, dal numero che appare sulla bilancia. Il suo obiettivo è quello di arrivare a zero perché zero chili equivale al nulla. I genitori di Lia sono divorziati, suo padre si è risposato, sua madre è un medico che passa tutto il suo tempo in ospedale, ha una sorellastra, Emma, e una matrigna, Jennifer. Potrebbe essere felice e avere un futuro brillante, nonostante le difficoltà che deve affrontare quotidianamente, ma il suo unico obiettivo è quello di svuotare il suo corpo, solo allora potrà sentirsi bene, potrà sentirsi libera, potrà sentirsi se stessa. In questo incubo, nessuno riesce a comprenderla tranne Cassie, la sua migliore amica, anche lei affetta da disturbi alimentari. Tuttavia, la ragazza è più debole di Lia e non riesce a superare la malattia. La sua morte segnerà profondamente la vita di Lia, vittima di una depressione terribile e, soprattutto, carnefice di se stessa. 
Non è semplice parlare di un libro di questo tipo perché si rischia di cadere nel banale, ma la verità è che non c’è niente che non sia stato già detto su questo argomento e che, tuttavia, non valga la pena di ripetere. L’anoressia e la bulimia, accompagnate dalla depressione e dall'autolesionismo, sono tra i disturbi psicologici più subdoli al mondo. Miliardi di ragazze ne sono vittime, consciamente o inconsciamente, ed è difficile che le persone che sono accanto a loro riescano a comprenderle. Laurie Halse Anderson ha svolto un grande lavoro scrivendo questo libro e si guadagna il merito di aver dato voce ai pensieri di tutte quelle ragazze intrappolate in se stesse e di aver reso visibili nel loro intimo i cuori delle “ragazze d’inverno”. 
Tralasciando il tema trattato, il romanzo in sé mi è piaciuto, anche se è stata una vera tortura leggerlo. Siamo stati tutti adolescenti e possiamo immedesimarci in molti degli stati d’animo, delle paure e delle insicurezze di Lia. Almeno per me è stato così ed è stata una lettura difficile sotto questo punto di vista. Mi faceva tornare alla memoria tanti brutti ricordi e ho faticato per costruire una sorta di muro tra me e la storia, ma se non mi fossi distaccata non avrei potuto proseguire. 
Ho amato e odiato lo stile dell’autrice. È perfetto per raccontare fino in fondo l’ossessione di Lia, ma non posso non ammettere che spesso mi ha infastidito e, in alcuni punti, addirittura nauseato. È un tipo di scrittura particolare che tende a seguire il pensiero della protagonista, una prosa cruda e realistica che mette a fuoco ogni dettaglio, ma in un certo senso è distorta e contorta. Contraddittoria, ecco. Una scrittura vivida e nitida, eppure sfocata e confusa. È una scrittura che fa male, questo è certo. Scava e logora, scava e logora, fino allo sfinimento. 
A mano a mano che proseguivo con la lettura ho sviluppato una specie di amore-odio verso questo libro, forse proprio per via dello stile della Anderson o forse perché questo genere di storie non sono adatte a me e ho difficoltà a digerirle perché mi fanno davvero molto male. In ogni caso, è stata una lettura che ho apprezzato perché adoro i libri che permettono di riflettere su questioni importanti e spesso tabù. Però, non lo rileggerei mai perché mi ha davvero fatto soffrire. Non è un libro che puoi lasciare sul comodino una volta chiuso, non è possibile. La storia ti segue e ti occupa la mente, pensi e ripensi alla povera Lia, non riesci a fare a meno di preoccuparti e addolorarti per tutte quelle ragazze che nella realtà sono ossessionate dal loro corpo, le domande (più che altro senza risposte) si affollano nel cervello e ti accompagnano fino alla fine del libro. I disturbi alimentari sono descritti in maniera realistica e priva di fronzoli e sembra di entrare veramente nella testa di una ragazza malata, un tunnel da cui non c’è uscita. 
Non ho potuto fare a meno di affezionarmi a Lia, ragazza bisognosa di aiuto e d’amore e di sicurezza, e ho tifato ardentemente per la sua guarigione. Sarei voluta andare da lei e aiutarla, farle capire che la sua ossessione per il cibo non avrebbe risolto nulla, e che doveva uscirne, nessuno avrebbe potuto farlo al suo posto. Mi sono piaciuti tutti i personaggi, soprattutto Elija (almeno fino ad un certo punto), ma ho veramente odiato Cassie con tutta me stessa; non so perché ma la sua presenza/assenza mi faceva infuriare e la sua personalità mi ha dato molto fastidio. 
Wintergirls” è un romanzo che merita di essere letto perché è il manifesto di una terribile realtà sempre attuale, ma dovete sapere che non è un libro facile, anzi tutto il contrario, quindi lo consiglio soprattutto a chi sa di avere la forza di reggere la storia di Lia e a chi vuole saperne di più sui disturbi dell’alimentazione. 

                                                                                                                                                 Monia Iori

Finché non cala il buio

RECENSIONE "FINCHÉ NON CALA IL BUIO" DI CHARLAINE HARRIS

Titolo: Finché non cala il buio
Titolo originale: Dead until dark
Autore: Charlaine Harris
Editore: Fazi
Collana: Lain
ISBN: 9788876250583
Pagine: 343 p.
Prezzo: € 12,00
Genere: Romanzo
Sottogenere: Urban Fantasy
Anno di pubblicazione: 2009

Trama
Grazie all'invenzione di un sangue sintetico, i vampiri si sono trasformati da mostri leggendari in semplici cittadini che amano andarsene in giro di notte. Gli esseri umani, dunque, non dovrebbero più fare parte della loro "dieta". Molti continuano però a temere la presenza di queste creature "che spuntano fuori dalla bare". Capi religiosi e governanti di tutto il mondo hanno compiuto le loro scelte riguardo alla politica da adottare: ma nella cittadina di Bon Temps, in Louisiana, non è stata ancora presa una decisione definitiva. Sookie Stackhouse, che a Bon Temps fa la cameriera in un bar, sa cosa significa essere emarginati. Dotata della capacità di leggere nel pensiero di chi le sta accanto, Sookie non ha tuttavia alcun pregiudizio ed è favorevole all'integrazione dei vampiri: tanto più da quando ha conosciuto Bill Compton, un bellissimo ragazzo di centosettantatré anni che vive nella sua stessa strada. Una serie di avvenimenti misteriosi metterà però a dura prova la sua benevolenza.

Il mio voto
 
La mia recensione

Finché non cala il buio” è il primo volume della lunga e nota serie “The Southern Vampire Mysteries”, meglio conosciuta in Italia come il “Ciclo di Sookie Stackhouse, ideata dalla prolifica Charlaine Harris, autrice americana di numerosi romanzi urban fantasy e mistery. 
Era da tanto che volevo leggere uno dei suoi romanzi, ma alla fine rinunciavo sempre perché non avevo voglia di cominciare una saga composta da troppi volumi. Quest’anno, però, non ho più resistito alla curiosità che mi stava divorando e mi sono cimentata nella lettura (velocissima) di “Finché non cala il buio”, immergendomi in un’atmosfera sexy e pericolosa che non mi è dispiaciuta affatto. 
Protagonista indiscussa del romanzo è Sookie Stackhouse, cameriera ventiseienne che trascorre le sue giornate in modo anche troppo tranquillo, anzi quasi noioso, dividendosi tra il lavoro al pub, le chiacchierate con sua nonna e rilassanti pomeriggi a prendere il sole in giardino. La vita sociale della ragazza non è mai stata molto piena di impegni e tantomeno di imprevisti sorprendenti, perché gli abitanti di Bon Temps la evitano credendo che sia pazza; Sookie, infatti, è una telepate e ha, quindi, la capacità di leggere i pensieri delle persone. Molti non credono a questa sua dote innaturale, mentre altri fingono solamente che non esista, ma in cuor loro sanno che è la verità; in ogni caso, Sookie non è vista di buon occhio: tutti cercano di stare alla larga da lei, chi per paura, chi per diffidenza. 
La vita scorre tranquilla finché in città arriva Bill Compton, un vampiro, e da quel momento gli eventi prenderanno una piega nuova e inaspettata. Nel mondo creato dalla Harris, infatti, i vampiri si sono ormai integrati nella società grazie all’invenzione di un sangue sintetico -True Blood- che gli permette di soddisfare i loro bisogni alimentari e di vivere in armonia con gli esseri umani. Tuttavia, il processo di inserimento, soprattutto in realtà periferiche come Bon Temps, è tutt’altro che facile e tra umani e vampiri regna una pace ostile che può frantumarsi da un momento all’altro. L’arrivo di Bill sconvolge la cittadina e il suo interesse per Sookie attira strane voci sulla ragazza. Si verificano numerosi omicidi e Sookie e Bill si ritrovano al centro di una realtà oscura e stracolma di pericoli. 
“Finché non cala il buio” è un romanzo adult che svolge abbastanza bene il suo compito, ovvero intrattenere il lettore con una storia fluida e misteriosa quanto basta. Quando l’ho letto avevo bisogno di un libro che mi permettesse un po’ di svago e c’è riuscito in pieno. Nonostante i pareri che avevo scorto in rete, non ho potuto fare a meno di lasciarmi trascinare dalla scrittura informale e scorrevole della Harris e di apprezzare il suo modo di raccontare semplice e colloquiale. Certo, non si tratta di un romanzo che appartiene alla letteratura impegnata, ma a volte serve anche una narrazione di questo tipo. 
I personaggi sono delineati bene, anche se spesso risultano di poco spessore. Sookie è il carattere che viene approfondito maggiormente e risulta naturalmente simpatica, ma alcune reazioni nei confronti di eventi importantissimi rivelano numerose pecche nella caratterizzazione e una dose massiccia di incongruenze. La protagonista, infatti, ha dei comportamenti sicuramente poco ortodossi in molte situazioni e i suoi tempi di ripresa in seguito alle tragedie descritte nel libro sono rapidissimi (quasi inesistenti, a dir la verità), tanto da far dubitare il suo attaccamento verso le persone a cui tiene di più. I personaggi che contornano il suo mondo seguono uno schema fisso e le descrizioni caratteriali sono spesso prevedibili e somiglianti tra loro; in effetti, non c’è molta varietà di personalità nella cittadina di Bon Temps. 
La storia d’amore tra Sookie e Bill non mi ha entusiasmato né deluso, anzi mi ha lasciata praticamente indifferente. Non è stato certo il fattore romantico a tenermi incollata alle pagine! La loro relazione è sicuramente adulta e sensuale, ma presenta numerosi cliché e contraddizioni che mi hanno fatto storcere il naso più di qualche volta. Forse, con un protagonista maschile dotato di un carattere più forte e deciso, l’evoluzione sentimentale avrebbe ottenuto maggiormente la mia attenzione. Bill, però, è un personaggio che non si conquista i riflettori e spesso la sua presenza produce solamente indifferenza.
Che cosa, allora, mi è piaciuto tanto di questo romanzo? 
Ho apprezzato particolarmente l’ambientazione ricca di fascino pericoloso e, soprattutto, ho trovato interessante il fattore “mistero”. Non sono un’appassionata di thriller, gialli e noir, ma scovare un pizzico di suspense da brivido in un libro urban fantasy mi ha stimolata e coinvolta. È vero che l’autrice ha disseminato molti dettagli lungo la trama ed è stato abbastanza facile capire chi fosse il responsabile degli omicidi prima che venisse svelato dalla narrazione, ma non essendo abituata a tale genere ho trovato l’elemento thriller abbastanza intrigante. Un altro punto a favore è lo stile spartano della Harris: la sua prosa informale e puramente descrittiva, assolutamente priva di riflessioni di qualsiasi tipo, mi ha permesso di leggere il libro con rapidità e spensieratezza e di entrare pienamente nella testa di Sookie e nell’atmosfera torbida di Bon Temps. 
“Finché non cala il buio” è un romanzo che mi sento di consigliare a quelle lettrici che amano le storie pericolose e sensuali e che provano piacere nel leggere un libro che vuole essere puro intrattenimento. Sicuramente una lettura da gustare a luci accese! 

                                                                                                                                                    Monia Iori


Questa recensione partecipa alla TRIBUTES READING CHALLENGE
Distretto 10, Romanzi Urban Fantasy